Mar 30, 2015 - Senza categoria    No Comments

La politica del figlio unico in Cina (per i ragazzi della III C – scuola media di Capezzano)

La politica del figlio unico è stata una delle politiche di controllo delle nascite attuata dal governo cinese nell’ambito della pianificazione familiare per contrastare il fortissimo incremento demografico del paese. Questa riforma considerata in maniera controversa fuori dalla Cina perché la sua applicazione era spesso causa di abusi dei diritti umani, è stata rivista anche all’interno della Cina dato che nel lungo periodo si è dimostrata negativa a livello economico e sociale.

La prima fase, introdotta in modo organico dopo pochi anni dalla morte di Mao Tse-tung, dal suo successore Deng Xiao Ping nel 1979 fu attuata con una legge che vietava alle donne di avere più di un figlio. Questa politica avrebbe portato a un dimezzamento della popolazione nell’arco della vita media di una generazione di individui, via via più lento col progressivo allungarsi della vita media.

La legge fu poi modificata negli anni novanta con l’introduzione di sole sanzioni pecuniarie.

Questa legge fu considerata dai successori di Mao fondamentale dato che durante l’epoca maoista il paese aveva visto un incremento annuale di quasi 30 milioni di persone. Secondo i dati ufficiali, oggi la Cina è popolata da 1,3 miliardi di persone, ma si stima che un numero imprecisato di persone non siano registrate all’anagrafe.

La politica del figlio unico è stata abolita dalla Corte Suprema cinese nel 2013.

La politica del figlio unico, negli ultimi anni, ha determinato una moltiplicazione degli infanticidi. Nelle zone rurali le popolazioni abituate a poter contare sui figli maschi per il futuro sostentamento eliminarono sistematicamente le neonate femmine. L’aberrante pratica venne sostituita da aborti selettivi, ma i termini del problema e dell’orrore restarono gli stessi; con conseguenze non da poco. Nel 2010 per ogni 118 ragazzi in età da matrimonio c’erano solo 100 ragazze. A quanto pare sono troppi i casi in cui i genitori ricorrono all’ecografia per stabilire il sesso del feto, per poi decidere per un aborto, qualora il feto risulti essere di sesso femminile.

Mar 30, 2015 - Senza categoria    No Comments

La resistenza (per i ragazzi della III C – scuola media di Capezzano)

La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza (ma detta anche Resistenza partigiana o Secondo Risorgimento) fu l’insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l’8 settembre 1943 si opposero al nazifascismo nell’ambito della guerra di liberazione italiana. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all’interno del fenomeno della Resistenza: “guerra patriottica” e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; “guerra civile” tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi.

Il movimento della Resistenza fu caratterizzato in Italia dall’impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra.

La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l’Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell’antifascismo.

Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come “Resistenza”, inizia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell’appello diramato dal CLNAI per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell’Alta Italia.

Mar 30, 2015 - Senza categoria    No Comments

Le foibe (per i ragazzi della III C – scuola media di Capezzano)

Le foibe sono delle cavità naturali, dei pozzi, presenti sul Carso (altipiano alle spalle di Trieste e dell’Istria). Alla fine della Seconda guerra mondiale i partigiani comunisti di Tito vi gettarono (infoibarono) migliaia di persone, alcune dopo averle fucilate, alcune ancora vive, colpevoli di essere italiane o contrarie al regime comunista.

Quanti furono gli infoibati?

Purtroppo è impossibile dire quanti furono gettati nelle foibe: circa 1.000 sono state le salme esumate, ma molte cavità sono irraggiungibili, altre se ne scoprono solo adesso (60 anni dopo) rendendo impossibile un calcolo esatto dei morti. Approssimativamente si può parlare di 6.000 – 7.000 persone uccise nelle Foibe, alla quali vanno aggiunte più di 3.000 persone scomparse nei gulag (campi di concentramento) di Tito.

Chi erano gli infoibati?

Gli infoibati erano prevalentemente italiani. In generale tutti coloro che si opponevano al regime comunista titino: vi erano quindi anche sloveni e croati. Tra gli italiani vi erano ex fascisti, ma sopratutto gente comune colpevole solo di essere italiana e contro il regime comunista.

Cosa vuol dire “infoibare”

Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri. (Il disegno è tratto da un opuscolo inglese).

Perchè ricordare?

Nel corso degli anni questi martiri sono stati vilipesi e dimenticati. La storiografia, lo Stato italiano, la politica nazionale, la scuola hanno completamente cancellato il ricordo ed ogni riferimento a chi è stato trucidato per il solo motivo di essere italiano o contro il regime comunista di Tito.

Dic 5, 2014 - Senza categoria    No Comments

Appunti sulla prima guerra mondiale

Per i ragazzi della III C di Capezzano: stampate questi appunti e allegateli al vostro quadernone di storia. Ci vediamo martedì. Prof.ssa Valeria Nunziata

 

La battaglia di Verdun

 

Iniziata il 21 Febbraio 1916, fu la più sanguinosa e importante di quelle che si svolsero sul fronte occidentale. Il piano predisposto dallo Stato maggiore tedesco, prevedeva infatti l’invasione della Francia passando per le comode direttrici di attacco che attraversavano il Belgio e il Lussemburgo; i due piccoli Stati erano neutrali, ma questo non impedì ai tedeschi di occuparli in aperta violazione del diritto internazionale. La travolgente offensiva tedesca si arrestò soltanto sul fiume Marna, in una grande battaglia (6-15 settembre 1914) che si trasformò in un’orrenda carneficina. Nei primi quaranta giorni di combattimento morirono cinquecentomila soldati francesi; poi il fronte si stabilizzò in una guerra di logoramento: 800 chilometri di trincee e di filo spinato, dal canale della Manica alla Svizzera, segnavano ormai la linea su cui i due eserciti si sarebbero confrontati negli anni successivi. A rompere la staticità del fronte ci provarono dapprima i francesi, con un’offensiva nella zona della Champagne. L’iniziativa fallì. Ci provarono poi i tedeschi che scelsero proprio Verdun, cerniera strategica della difesa francese e importante nodo ferroviario, come obbiettivo per quello che avrebbe dovuto essere l’assalto finale e risolutivo alla Francia. La battaglia durò da febbraio a luglio e fu gigantesca. Vi furono coinvolti due milioni di uomini e si registrarono un milione di morti. Verdun è il simbolo della prima guerra mondiale, la prima guerra di massa della storia, la prima guerra con la morte di massa della storia. I tedeschi fallirono. L’esercito francese guidato dal generale Philippe Petain riuscì a resistere vittoriosamente. Nel 1940 toccherà proprio, allo stesso Petain firmare la resa della Francia di fronte a Hitler e al nazismo e sarà proprio l’eroe di Verdun a guidare tristemente il governo collaborazionista di Vichy.

 

La disfatta di Caporetto

 

Caporetto è la storia di una disfatta militare epocale, la storia di una ritirata così disastrosa da mettere in crisi la sopravvivenza stessa del Paese, tanto da essere diventata una parola di uso comune. Sono le due del mattino del 24 ottobre 1917. Inizia il fuoco d’artiglieria delle forze austro-ungariche e tedesche contro le postazioni italiane fra Tolmino e Plezzo, in territorio sloveno. Le difese italiane vengono travolte nei pressi del villaggio di Caporetto: è l’inizio della 12° battaglia dell’Isonzo. Tre settimane dopo,quella che è appena finita non è più una semplice sconfitta ma la più rovinosa disfatta dell’esercito italiano, pagata con decine di migliaia di morti, feriti e mutilati, 300 mila prigionieri e 10 mila chilometri quadrati di territorio ceduti al nemico. “Gli austriaci – commenta il professor Giovanni Sabbatucci – riescono a sfondare grazie all’effetto a sorpresa e all’ampiezza del fronte, mentre l’esercito italiano si lascia travolgere anche per le condizioni psicologiche dei soldati: il loro morale è a terra dopo l’ultima offensiva dell’estate del ’17”.  L’umiliazione e la prostrazioni rianimano i timori e l’incertezza di un’Italia da poco unificata.

 

La piccola pace e la tregua di Natale

piccola pace

 

Il giorno di Natale del 1914, nel primo anno della prima guerra mondiale, i soldati tedeschi, inglesi e francesi disobbedirono ai loro superiori e fraternizzarono con “il nemico” lungo due terzi del fronte occidentale. Le truppe tedesche innalzarono alberi di Natale fuori delle trincee con le scritte “Buon Natale.” “Voi non sparate, noi non spariamo.” A migliaia, le truppe attraversarono la terra di nessuno su cui giacevano sparsi corpi in decomposizione. Cantarono i canti di Natale, si scambiarono le foto dei cari rimasti a casa, condivisero le razioni, giocarono a calcio, arrostirono persino alcuni maiali. I soldati abbracciarono gli uomini che solo poche ore innanzi cercavano di uccidere. Si misero d’accordo per avvertirsi se i superiori li avessero obbligati a imbracciare le loro armi e di mirare in alto.

 

Agli alti comandi, di entrambe le parti, vennero i brividi. Stava succedendo il disastro: soldati che dichiarano la loro fratellanza e che rifiutano di combattere. I generali, da tutte e due le parti, dichiararono questo pacificarsi spontaneo come tradimento e pertanto conforme alla corte marziale.

 

 

La vita in una trincea

 

Tutto era difficile all’interno di una trincea. Durante il periodo bellico i soldati dovevano affrontare dei momenti durissimi in prima linea, in strutture più o meno provvisorie, con il costante terrore di essere prima o poi colpiti da qualche cecchino o dal ricevere l’ordine di prepararsi all’assalto. Esperienze che segnarono molti uomini per tutta la vita, come dimostrano i molti casi di malattie mentali sviluppate già durante la guerra o appena tornati nelle proprie case.  Sin dall’inizio la preparazione dell’esercito fu assolutamente insufficiente rispetto a quelle che erano le caratteristiche di questa guerra. Sia il Comando Supremo che il Governo non seguirono i consigli presenti nelle varie relazioni militari alleate e non badarono nemmeno a preparare i propri uomini ad un conflitto di lungo periodo. Certi che Trieste sarebbe stata conquistata nel giro di poche settimane, i soldati si ritrovarono con le sole dotazioni estive e con strumenti tutt’altro che moderni.
Molti soldati, nel primo anno di guerra, combatterono con in testa dei semplici berretti, ornamenti tipici del XIX secolo, che non potevano di certo fermare le pallottole sparate dalle trincee nemiche o dai cecchini. Nessuno poi, all’inizio, spiegò ai soldati italiani di restare accovacciati nelle trincee e di non sporgersi. Ancora più imbarazzante fu la mancanza di pinze tagliafili in grado di creare velocemente dei varchi tra i reticolati nemici, posizionati tra la prima linea offensiva e la prima linea difensiva. Più un soldato perdeva tempo in questa operazione, più probabilità c’erano di essere colpiti dai nemici.  I problemi erano numerosi anche quando le armi tacevano. Le scarpe erano del tutto inadatte per resistere al fango o al terreno pietroso del Carso o delle montagne. Nel giro di poche settimane si trasformavano in suole di legno a malapena indossabili e questo ovviamente provocava dei seri problemi ai piedi dei soldati. Le ferite erano molto frequenti così come i congelamenti, curati con lo stesso grasso che avrebbe dovuto servire per lucidare le calzature. Le borracce per l’acqua erano di legno (assolutamente anti-igieniche) mentre le tende per dormire (quando c’erano) erano inutilizzabili con la pioggia. Molto spesso i soldati furono costretti a crearsi degli alloggi di fortuna per la notte, in buche coperte da un semplice telo, in anfratti del terreno dove si dormiva gli uni attaccati agli altri per disperdere il meno calore possibile.

 

 

Dic 8, 2013 - Senza categoria    No Comments

Le condizioni di vita ai tempi dell’ Unità d’Italia

(per gli alunni della III B: stampate questo testo)

Durante il Regno delle Due Sicilie, Ferdinando II aveva restaurato un regime assolutistico, limitando ogni prospettiva di sviluppo politico, economico e culturale, nel timore di qualsiasi iniziativa rivoluzionaria contro il regime borbonico. Negli ultimi anni del suo regno, le attività agricole e industriali si erano indebolite, l’attuazione di opere necessarie fu bloccata ed il regno, caratterizzato da un forte immobilismo, gli fece perdere ogni prestigio internazionale. La proprietà terriera meridionale era dominata dal latifondo. Al momento dell’Unità, nel 1860, la proprietà delle terre coltivabili era la seguente: oltre il 40% apparteneva al clero, poco più del 25% era baronale, meno del 25% era di proprietà pubblica e solo un rimanente 10% era diviso in piccole proprietà. La classe popolare e contadina fu ulteriormente penalizzata dal Risorgimento. All’indomani dell’Unità, su una popolazione che raggiungeva i venticinque milioni di abitanti, coloro che parlavano la lingua italiana erano appena seicentomila! Qundi l’unificazione linguistica della penisola era ancora lontana. La lingua ufficiale era il dialetto non solo nelle regioni meridionali, ma anche in quelle settentrionali. La scuola, purtroppo, non riusciva a modificare questa situazione, sia per la scarsa diffusione dell’istruzione elementare, sia per il fatto che gli stessi maestri erano costretti a parlare il dialetto. Lo stato unitario promosse diverse inchieste sulla condizione della pubblica istruzione nel Regno. L’istruzione della scuola elementare obbligatoria fece affermare la figura della maestra. Na chi erano le maestre? Erano le prime donne colte che, attraverso l’istruzione, si inserivano nel mondo del lavoro. Per esercitare la professione dovevano, il più delle volte, allontanarsi dalla casa paterna e vivere da sole in luoghi lontani e ostili. Proprio questa esperienza di vita indipendente, era una novità nella condizione femminile dell’epoca. Alcune incominciavano la loro carriera con grande entusiasmo e con molti ideali, convinte di poter sollevare con la propria opera le sorti dei fanciulli poveri e ignoranti. Questo desiderio, però, si scontrava spesso con una realtà dura da modificare, con un ritmo di vita faticoso e privo di soddisfazioni immediate. Ricordiamo, inoltre, che il ruolo delle donne fu determinante anche nel processo storico dell’Unità d’Italia. Si trattò di donnne coraggiose e intraprendenti, che la storia ufficiale ha sempre dimenticato di celebrare, ma che hanno dato un enorme e silenzioso contributo a trasformare l’Italia in una nazione unita, libera e indipendente. Le patriote appartenevano per lo più a classi sociali elevate e all’aristocrazia illuminata del Nord come del Sud dell’Italia. Si trattava di donne colte ed intelligenti, dotate di grande carattere e personalità, che non esitarono anche a partecipare ad attività segrete e cospirative per eludere i controlli della temibile polizia degli Stati italiani pre-unitari; a volte misero a disposizione della causa unitaria il proprio patrimonio personale o le finanze dei loro mariti; altre volte posero a rischio la loro visibilità sociale pur di partecipare al processo risorgimentale e in altre occasioni ancora non esitarono ad utilizzare il loro fascino per agevolare la formazione dello stato unitario. Inoltre si impegnarono, in prima persona, in iniziative sociali a vantaggio delle classi meno abbienti, partecipando ad azioni militari come cuoche, infermiere, assistenti. Imbracciarono le armi come Anita Garibaldi, mentre Rosalia Montmasson fu l’unica donna che partecipò attivamente alla spedizione dei Mille di Garibaldi contro il volere del marito Francesco Crispi, convinto mazziniano. Riportiamo, in particolare, il ritratto di Anita Garibaldi. Anita De Jesus Ribeiro da Silva nasce in Brasilenel 1821. Incontra Giuseppe Garibaldi nel 1839 e per lui abbandonerà il marito sposato a soli 14 anni. Anita da quel momento sarà sempre a fianco del suo generale. Lo seguirà in Italia e poi a Nizza, insieme ai quattro flgli. Combatte al suo fianco durante l’insurrezione romana del 1849. In quell’anno muore,a 28 anni, stroncata dalla malaria e da un parto prematuro. Fu trascinata da passione politica,soprattutto dall’amore per il suo uomo. Ecco le sue parole prima di morire….”Non un soffio di vento. Avanziamo lenti, i cavalli madidi, sfiancati come noi, dentro quest’aria calda, immobile, malsana. Il mio sguardo si perde lontano. Monotonia di un paesaggio piatto, sempre uguale, paludi, canneti, paludi. Brividi e grida di uccelli al tramonto. Le vesti strappate, lacerate ovunque. E i miei capelli, si, i miei capelli d’inchistro si posava ardente nelle notti di luna nel Rio Grande Do Sul, ora sono una massa informe di polvere e fango. Non voltarti, non guardarmi, Josè. Sono brutta e sto morendo. Io ti guardo invece. I miei occhi sono incollati su di te che procedi insieme a pochi compagni d’armi che ti sono rimasti. La tua schiena, dietro la giubba rossa, stracciata come le mie vesti, è incurvata, dolente. Abbiamo perso? No, solo una battaglia, ti avevo risposto altera, mentre al galoppo lasciavamo Roma. Mi avevi sorriso. Ti avevo sorriso. Torneremo, ci eravamo detti con uno sguardo. Tutto è perduto? No, soltanto io sono perduta. Ti volti per guardare se ti sto seguendo. Il mio braccio si allunga in un debole cenno di saluto, che vorrebbe rassicurarti; andiamo avanti sto bene. Caldo invece. Troppo caldo. Ho la febbre. E’un dolore intenso, ritmico, mi lacera le viscere, mi fa sussultare. Nostro figlio, Josè, sta morendo. Anche lui. Josè, amore mio. Nella foschia che adesso si alza dalle paludi ti rivedo, quel mattino azzurro, a Laguna. Mi avevi scrutata con il cannocchiale e poi, flogorato, mi avevi detto, tu devi essere mia. Non avevo ancora diciotto anni. Da quel momento, ti seguii ovunque. Josè, amore mio, con le spalle curve e dolenti, ricordi? Le nostre cavalcate nella prateria. Io montavo molto meglio di te e ti battevo sempre. Fughe, rincorse, l’odore della polvere da sparo, laggiù in Sud America, tra pappagalli turchesi e i voli dei corvi. Poi, quando la notte calava di fronte a un fuoco ardente, mi prendevi il viso tra le mani, mi accarezzavi i capelli, chiamandomi..il mio coraggioso soldato, il mio scudiero, il mio amico più fedele, la madre dei miei figli, la mia sposa, la mia donna. Ti ho seguito ovunque. Quasi senza capire. Fino a qui, in Italia, terra straniera, a combattere ancora una volta per la libertà. E ti seguo ora, nel caldo, nell’affanno della fuga, nel dolore della sconfitta, nella sofferenza di questo nostro figlio ormai perduto. No, non sono un eroe. Solo una donna innamorata. Ora…una fitta più intensa, un sussulto, uno spasmo, mi aggrappo alla criniera… poi scivolo giù… nel fango… occhi chiusi, ti aspetto Josè… è arrivato il momento.”

(Brano tratto dal settimanale Tu Style, autrice Valeria Chierichetti).

Dic 30, 2011 - Senza categoria    No Comments

Auguri per il nuovo anno

Carissimi, vorrei augurare a tutti voi che avete avuto la possibilità di consultare questo mio blog un felice 2012. In particolare, il mio augurio va a tutti i ragazzi che sono nelle scuole italiane, affinchè questo 2012 possa portare loro una gran voglia di leggere sempre e di scavare dietro ogni lettura, approfondendo quanto più è possibile la propria conoscenza.

Ott 10, 2009 - Senza categoria    1 Comment

Per tutti gli utenti

Salve a tutti. In attesa del prossimo aggiornamento del blog, vi informo che potete visualizzare gli articoli sul mondo della scuola da me redatti sul mensile “Giornalè”, all’indirizzo web: www.novapolis.org.

Grazie a tutti ed a presto.

Valeria Nunziata

Giu 7, 2009 - Senza categoria    No Comments

LA COSTITUZIONE ITALIANA

LA COSTITUZIONE ITALIANA: LA STORIA, LE CARATTIERISTICHE E I PRINCIPALI ARTICOLI

La Costituzione della Repubblica Italiana è la legge fondamentale e fondativa dello Stato italiano. Fu approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947. Fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 298, edizione straordinaria, del 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948. Alla costituzione repubblicana si è giunti in seguito al referendum costituzionale svoltosi in Italia il 2 giugno 1946, che decretò la vittoria della Repubblica sulla Monarchia.

Origini e nascita 

Lo Stato italiano nasce da un punto di vista istituzionale, con la legge del 17 marzo 1861 che attribuisce a Vittorio Emanuele II, «re di Sardegna», e ai suoi successori, il titolo di «re d’Italia». È la nascita giuridica di uno Stato italiano. La continuità tra il Regno di Sardegna e quello d’Italia è normalmente sostenuta in base all’estensione dell’applicazione della sua legge fondamentale, lo Statuto Albertino, concesso da Carlo Alberto di Savoia nel 1848, a tutti i territori del Regno d’Italia progressivamente annessi al Regno Sabaudo nel corso delle guerre d’indipendenza. La conservazione dell’ordinale dinastico da parte di Vittorio Emanuele, e l’estensione dello Statuto Albertino ai territori annessi hanno portato gli storici a parlare di “piemontesizzazione” dello stato italiano ad opera dei Savoia.

Lo Statuto Albertino fu simile alle altre costituzioni rivoluzionarie vigenti nel 1848 e rese l’Italia una monarchia costituzionale, con concessioni di poteri al popolo su base rappresentativa. Era una tipica costituzione “ottriata”, ossia concessa dal sovrano e, da un punto di vista giuridico, si caratterizzava per la sua natura “flessibile”, ossia derogabile ed integrabile in forza di atto legislativo ordinario. Poco tempo dopo la sua entrata in vigore, proprio a causa della sua flessibilità, fu possibile portare l’Italia da una forma di monarchia costituzionale pura a quella di monarchia parlamentare, sul modo di operare tradizionale delle istituzioni inglesi.

Anche a causa della mancanza di rigidità dello Statuto, col giungere del fascismo lo Stato fu deviato verso un regime autoritario dove le forme di libertà pubblica fin qui garantite vennero stravolte: le opposizioni vennero bloccate o eliminate, la Camera dei Deputati fu abolita e sostituita dalla «Camera dei fasci e delle corporazioni», il diritto di voto fu cancellato; diritti, come quello di riunione e di libertà di stampa, furono piegati in garanzia dello Stato fascista, mentre il partito unico fascista non funzionò come strumento di partecipazione, ma come strumento di intruppamento della società civile e di mobilitazione politica pilotata dall’alto. Tuttavia lo Statuto albertino, nonostante le modifiche, non fu formalmente abolito.

Il 25 luglio 1943, verso la fine della seconda guerra mondiale, Benito Mussolini perse il potere, il re Vittorio Emanuele III nominò il maresciallo Pietro Badoglio per presiedere un governo che ripristinò in parte le libertà dello statuto ; iniziò così il cosiddetto «regime transitorio», di cinque anni, che terminò con l’entrata in vigore della nuova Costituzione e le successive elezioni politiche dell’aprile 1948, le prime della storia repubblicana.

Fu necessaria la convocazione di una Assemblea Costituente, incaricata di scrivere una nuova carta costituzionale, eletta a suffragio universale. Fu esteso il diritto di voto alle donne (febbraio 1945)e, ormai raggiunto il silenzio delle armi, fu indetto il referendum per la scelta fra repubblica e monarchia (marzo 1946). Il referendum, come detto, si tenne il 2 giugno 1946.

Caratteristiche 

La costituzione è composta da 139 articoli  divisi in quattro sezioni:

principi fondamentali (artt. 1-12);

parte prima, diritti e doveri dei cittadini (artt. 13-54);

parte seconda, concernente l’ordinamento della Repubblica (artt. 55-139);

18 disposizioni transitorie e finali, riguardanti situazioni relative al trapasso dal vecchio al nuovo regime e destinate a non ripresentarsi.

La Costituzione italiana è una costituzione scritta, rigida, lunga, votata, compromissoria, democratica e programmatica.

Innanzitutto è contenuta in un testo legislativo scritto. La scelta è comune all’esperienza di civil law ed a quella di common law, con la grande eccezione della Gran Bretagna, paese nel quale la Costituzione è in forma orale (tranne alcuni documenti come la Magna Charta).

Inoltre, si dice che la Costituzione italiana è rigida. Con ciò si indica che da un lato è necessario un procedimento parlamentare aggravato per la riforma dei suoi contenuti (non bastando la normale maggioranza), e dall’altro che le disposizioni aventi forza di legge in contrasto con la Costituzione vengono rimosse con un procedimento innanzi alla Corte costituzionale.

La Costituzione è lunga, ossia contiene disposizioni in molti settori del vivere civile, non limitandosi a indicare le norme sulle fonti del diritto.

Votata perché rappresenta un patto tra i componenti del popolo italiano.

Compromissoria perché alla sua formazione ha collaborato una pluralità dei partiti.

Democratica perché è dato particolare rilievo a sindacati e partiti politici e c’è la partecipazione del popolo.

Infine, è programmatica perché rappresenta un programma (dà alle forze politiche il compito di rendere veri gli obbiettivi fissati dai costituenti attraverso opportuni provvedimenti legislativi).

I principi fondamentali della repubblica italiana 

Secondo la dottrina la Costituzione è caratterizzata da alcuni principi non revisionabili fondamentali che ne hanno ispirato la redazione.

 

PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 11.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

PARTE I

DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

Art. 13.

La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Art. 15.

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Art. 16.

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.

Art. 17.

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Art. 18.

I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Art. 19.

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Art. 21.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.  La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

 

 

 

Apr 26, 2009 - Senza categoria    No Comments

I grandi narratori tra l’ottocento e il novecento

Luigi Pirandello

Nasce nel 1867 presso Girgenti (poi Agrigento); il padre ex garibaldino, è proprietario di una miniera di zolfo. Frequenta l’Università di Bonn, in Germania. Tornato in Italia, si stabilì a Roma dove si dedicò ai suoi studi e alle suo opere. Nel 1894 si sposa e intraprende la collaborazione ad alcune riviste letterarie. Nel 1904 deve affrontare gravi problemi familiari poiché la moglie è colpita da una malattia mentale. Intanto Pirandello si dedica al teatro per il quale scrisse diverse opere e fonda nel 1926 una compagnia con la quale comincia a girare il mondo. Aderisce al fascismo, ma spesso viene accusato dalla stampa dal regime di scrivere opere non conformi allo spirito e agli ideali fascisti perché troppo pessimiste e poco patriottiche. Nel 1914 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Muore nel 1936 a Roma.

Le opere: la raccolta di racconti (Novelle per un anno) – (si legga da pag. 101 a 106 e si svolgano le attività – libro di letteratura).

I romanzi: il fu Mattia Pascal (1904, il cui protagonista approfitta dell’errata notizia della propria morte per rifarsi una vita, con un altro nome, Adriano Meis, liberandosi dal peso insopportabile della precedenza esistenza, vuota e prima di emozioni, ma presto dovrà ritornare a casa perché lui in fondo non esiste: non può sposarsi e denunciare un furto. La moglie intanto si è risposta ed egli cosi è costretto a vivere una vita di ripiego, non essendo più quello che era stato prima, né quello che aveva sperato di diventare) – (si legga la fotocopia distribuita in classe e si svolgano le attività);

Uno nessuno e centomila (1925: il protagonista Vitangelo Moscarda non sa più se egli è quello che crede di essere o quello che credono gli altri e perciò scopre di non essere sostanzialmente nessuno. Ritenendo che solo attraverso la follia potrà distruggere l’immagine che gli altri hanno di lui ed essere veramente se stesso, si comporta in modo irrazionale, si rinchiuderà in uno ospizio dove vivrà confuso tra i mendicanti, degli autentici nessuno; sarà finalmente dimentico di tutto e felice).

Pirandello scrisse numerose opere teatrali: Così è (se vi pare): una cittadina di provincia è incuriosita dall’insolito comportamento del signor Ponza che vive con la moglie, mentre la suocera abita in un altro edificio e comunica con la figlia solo attraverso bigliettini. Interrogati, dalla gente, il signor  Ponza dirà che la suocera è impazzita alla morte della figlia, sua prima moglie, ed è convinta che la sua attuale seconda moglie sia ancora la sua figliola; la suocera invece dirà che il pazzo è suo genero, impazzito per una malattia della moglie a tal punto da non riconoscerla più. Si parlerà allora con la moglie che dirà: io sono… colei che mi si crede.

Altre opere furono: “Il berretto a sonagli” (si legga da pag. 204 a 207 e si svolgano le attività a pag. 207 – libro di letteratura), “Il piacere dell’onestà”, “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Enrico IV”, “Questa sera si recita a soggetto”. Sicuramente a Pirandello non  interessò la vita collettiva di un particolare ambiente sociale ma il dramma individuale, infatti, scavò nella psicologia dei suoi personaggi perché volle giungere alla verità; la sua arte si rifece alla corrente veristica per quanto riguardava la ricerca del vero ma non accettò le regole dell’impersonalità dell’autore, cosi come, al contrario degli autori veristi, non si pose il problema del destino dell’umanità o delle ingiustizie sociali. Il tema fondamentale dell’opera di Pirandello è la crisi d’identità dell’uomo moderno e la sua incapacità  di rispondere alla domanda: chi sono io? Lo scrittore, infatti, risponde a questa domanda dicendo che ciascuno di noi tenta invano di definirsi perché non esiste un io reale ma solo un io apparente; infatti, ognuno di noi è di volta in volta la persona che desidera essere e quella che gli altri vogliono che sia. Nessuno dunque sa quale sia la sua vera identità, né quella degli altri. La realtà, perciò, è fatta solo di apparenze: quando l’uomo scopre questa verità, si rende conto che egli non vive ma interpreta una parte.

Italo Svevo

Pseudonimo di Ettore Schmitz, nacque nel 1861 a Trieste. Visse in un ambiente in cui si mescolavano varie culture: il padre era tedesco, la madre era italiana di famiglia ebrea ed egli compì gli studi prima in Germania e poi in Italia. Mostrò grande interesse per il pensiero di Freud, fondatore proprio in quegli anni della psicanalisi (teoria psicologica basata sull’analisi dell’inconscio). Scrisse due romanzi che pubblicò a sue spese, ma poiché furono un insuccesso, abbandonò l’idea di fare lo scrittore professionista. Intanto la sua famiglia subì un disastro economico e Svevo fu costretto a cercarsi un lavoro, prima come impiegato di banca e poi come direttore della fabbrica di vernici del suocero. Continuò a scrivere e finalmente, dopo la pubblicazione del romanzo la Coscienza di Zeno nel 1923, ottenne un grande riconoscimento sia in Italia che all’estero. Morì nel 1928 in seguito ad un incidente stradale. Le opere più importanti di Svevo sono tre romanzi: Una Vita (1892), Senilità (1898), la Coscienza di Zeno (1923).

Il protagonista del primo romanzo “Una vita” è Alfonso Nitti, che viene a Trieste e si impegna nella Banca Maller in un’attività per lui soffocante e deludente. Altrettanto grigio e squallido è l’ambiente piccolo-borghese della famiglia Lanucci presso cui il giovane ha alloggio. L’occasione di uscire dalla noia gli è offerta dall’invito a frequentare la casa del proprietario della banca, il signor Maller: ne conosce la bella e capricciosa figlia Annetta. Torna per un breve tempo al paese. Quando ritorna scopre che Annetta sta per sposare un altro, inoltre all’interno della banca si trova spostato ad un ufficio di minore importanza. Deluso si uccide. Alfonso è il capostipite degli inetti sveviani, figure di autentici disadattati alla vita, destinati ad essere schiacciati e a soccombere in presenza di individui pronti e scaltri.

La Coscienza di Zeno: si presenta come il racconto in prima persona dell’analisi che su invito di uno psicanalista, il protagonista ha condotto su se stesso e sulla propria vita e che il medico, abbandonato dal paziente a metà della terapia, pubblica per vendetta. Il racconto spazia liberamente dal passato, si articola in sei episodi: il fumo, la morte di mio padre, la storia del mio matrimonio, la moglie e l’amante, storia di un’associazione commerciale, psico-analisi. Le caratteristiche del romanzo sveviano: negli ultimi anni dell’800 e all’inizio del ‘900, lo scrittore triestino pubblica dei romanzi, che pur avendo ancora delle caratteristiche del verismo, introducono un nuovo modo di fare letteratura. Diventa, in questo modo, fondamentale la riflessione e l’analisi del sé. I fatti non vengono raccontati secondo la loro successione cronologica ma nell’ordine in cui dal passato affiorano alla coscienza del narratore protagonista: questi descrive la propria vita interiore, parlando dei suoi ricordi, dei suoi desideri, dei suoi sentimenti, dei suoi problemi e dei suoi pensieri.

Per questo lo scrittore spesso ricorre al monologo interiore, una tecnica con cui si produce sulla pagina il flusso dei pensieri di un personaggio, nello stesso ordine, spesso confuso, con cui si formano nella sua mente. (si legga “l’ultima sigaretta” da pag.95 a pag. 99 e si svolgano tutte le attività a pag. 99 – volume di letteratura).

Il ritorno alla tradizione

E’ una tendenza rappresentata soprattutto da Riccardo Bacchelli che sceglie come modello il romanzo storico di Manzoni (il suo romanzo più famoso è il Mulino del Po). Più tardi, anche Giuseppe Tommasi di Lampedusa recupera alcuni elementi del realismo di Manzoni nel suo romanzo più famoso, il Gattopardo (1958) in cui rappresenta la Sicilia del 1860 (si tratta di un romanzo storico ambientato in Sicilia nell’età che vide la fine dei Borboni, l’impresa dei Mille, l’avvento del regno unitario).

Il neorealismo

E’ la tendenza letteraria a rappresentare la realtà in modo realistico, con tutti i suoi problemi e le sue tante ingiustizie. Questa tendenza nasce da un nuovo impegno che comincia a manifestarsi già verso il 1930, come opposizione forte alla cultura fascista dominante e come superamento dei temi tipici del Decadentismo (per esempio l’individualismo dei personaggi, preoccupati solo di sé e delle proprie angosce). In questi anni infatti si sviluppa in modo forte la concezione secondo cui gli intellettuali devono assumersi delle responsabilità storiche precise e farsi portavoce delle necessità del popolo. Come i veristi del secolo precedente, gli scrittori neorealisti rappresentano in maniera cruda le condizioni di vita della parte più povera ed emarginata della popolazione italiana; ma a differenza dei veristi, essi credono che l’impegno politico e sociale possa cambiare le cose e con esso riuscire a costruire un Paese più democratico e giusto. I neorealisti vogliono che le loro opere possano essere anche lette dal popolo e proprio per questo scopo, adottano un linguaggio decisamente più semplice e diretto. Gli anni di maggior affermazione del neorealismo sono quelli che vanno dal 1943 al 1950: sono gli anni della guerra di resistenza contro il fascismo e il nazismo e gli anni successivi del dopoguerra, durante i quali molti scrittori sono attivamente impegnati nella lotta partigiana prima e nel dibattito politico poi, quando si trattava di ricostruire l’Italia. I temi più frequenti nelle opere neorealiste sono la lotta dei partigiani, le rivendicazioni degli operai e la rivolta dei contadini. In questa lotta per l’affermazione dei diritti delle classi sociali più povere ricordiamo la figura di Giuseppe Di Vittorio.

Giuseppe Di Vittorio (Cerignola, 11 agosto 1892Lecco, 3 novembre 1957) è stato un politico e sindacalista italiano. Fra gli esponenti più autorevoli del sindacato italiano del dopoguerra, a differenza di molti altri sindacalisti non aveva origini operaie ma contadine, nato in una famiglia di braccianti. Costretto a fare anche lui il bracciante dopo avere appena imparato a leggere e scrivere sommariamente, teneva un quaderno in cui annotava termini ignoti che udiva, mettendo da parte faticosamente i soldi per acquistare un vocabolario. Già negli anni dell’adolescenza aveva iniziato un’intensa attività politica e sindacale; a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista della città, mentre nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge. Al centro dei problemi del lavoro c’era allora in Italia, come oggi, la questione meridionale. Nel 1912 Di Vittorio entrò nell’Unione Sindacale Italiana, arrivando in un anno nel comitato nazionale.  Di Vittorio, a cui amici ed avversari riconobbero unanimi un grande buonsenso ed una ricca umanità, seppe farsi capire, grazie al suo linguaggio semplice ed efficace, sia dalla classe operaia, in rapido sviluppo nelle città, sia dai contadini ancora fermi ai margini della vita economica, sociale e culturale del Paese.  Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. La elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. Condannato dal tribunale speciale fascista a 12 anni di carcere, nel 1925, riuscì a fuggire in Francia dove aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale Italiana del Lavoro nell’Internazionale dei sindacati rossi. Dal 1928 al 1930 soggiornò in Unione Sovietica e rappresentò l’Italia nella neonata Internazionale Contadina per poi tornare a Parigi ed entrare nel gruppo dirigente del PCI. Insieme ad altri antifascisti partecipò alla guerra civile spagnola e, nel 1937, diresse a Parigi un giornale antifascista. Nel 1941 fu arrestato dalla polizia del regime e mandato al confino a Ventotene. Nel 1943 fu liberato dai partigiani e, negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, prese parte alla Resistenza tra le file delle Brigate Garibaldi. Nel 1945 fu eletto segretario della CGIL, che era stata ricostituita l’anno prima con un accordo fra Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi. Quest’ultimo, ucciso dai nazisti la sera prima della firma del patto, fu sostituito da Oreste Lizzadri. I tre erano i rappresentanti delle principali correnti del sindacalismo italiano: comunista, cattolica e socialista. L’anno seguente, nel 1946, fu eletto deputato all’Assemblea Costituente con il PCI. L’unità sindacale così raggiunta durò fino al 1948, quando, in occasione dello sciopero generale politico proclamato per l’attentato contro Palmiro Togliatti, la componente cattolica si separò e fondò un proprio sindacato, la CISL, presto imitata dai socialdemocratici che si raggrupparono nella UIL. Nel 1956 suscitò scalpore la sua presa di posizione, difforme da quella ufficiale del PCI, contro l’intervento dell’esercito sovietico per reprimere la rivolta ungherese. La fama ed il prestigio di Di Vittorio ebbero largo seguito tra la classe operaia ed il movimento sindacale di tutto il mondo tanto che, nel 1953, fu eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Di Vittorio continuò a guidare la CGIL fino alla sua morte, avvenuta nel 1957 a Lecco, poco dopo un incontro con alcuni delegati sindacali.

In quel periodo anche il cinema racconta storie ispirate alla realtà ed ai problemi sociali dell’Italia: i film neorealisti più noti sono quelli dei registi Roberto Rossellini (Roma città aperta, interpretato da Anna Magnani e Aldo Fabrizi, descrive l’occupazione nazista della capitale e la lotta partigiana per la sua liberazione) e Vittorio De Sica (Ladri di biciclette, un film che racconta la povertà degli anni successivi alla fine della guerra, dove il possedere una bicicletta voleva dire poter lavorare e sfamare la propria famiglia). In realtà il termine neorealismo è stato coniato per indicare questo nuovo modo di fare cinema e solo in un secondo tempo è stato adottato in letteratura. Molti sono gli scrittori importanti che sentirono l’influenza delle idee neorealiste. Tra di essi ricordiamo: Cesare Pavese (per la vita si impari pag.113 e si legga la Passeggiata con Belbo da pag. 113 a 116 e si svolgano tutte le attività – libro di letteratura); Beppe Fenoglio, Italo Calvino (per la vita si impari la fotocopia distribuita in classe e si svolgano le attività); Alberto Moravia (per la vita si impari la fotocopia distribuita in classe e si svolgano le attività).

La letteratura meridionalista

Sotto questa definizione si possono raggruppare le opere di quegli scrittori che si sono interessati in modo particolare alla realtà sociale e politica dell’Italia Meridionale, descrivendone le caratteristiche della gente ed i loro problemi. Tra gli scrittori più noti al pubblico ricordiamo:

Francesco Jovine (la realtà del Molise). Tra le sue opere più importanti ricordiamo: “le Terre del Sacramento”, “Un uomo provvisorio”, “Le novelle del ladro di galline”.

Carlo Levi (la realtà della Basilicata). Il suo romanzo più famoso è “Cristo si è fermato ad Eboli” (1945), una specie di diario del periodo che egli ha trascorso al confino in Lucania, dove i contadini usano quella frase per indicare che la civiltà moderna per loro non esiste, ma si è fermata ad Eboli, presso Salerno, lasciandoli nell’arretratezza e nella miseria.

Leonardo Sciascia (la realtà della Sicilia). L’autore siciliano, non solo con i suoi scritti ma anche con l’impegno politico, cercò di contribuire al progresso civile del Paese: fu deputato al Parlamento italiano ed europeo e nel 1978 partecipò alla commissione d’inchiesta sul sequestro e sull’uccisione ad opera delle Brigate Rosse, di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana. Tra le sue molte opere ricordiamo: gli zii di Sicilia, il Giorno della civetta.

Altri scrittori

Durante il periodo neorealista e soprattutto negli anni seguenti, la narrativa esperimenta forme e temi nuovi, in una grande varietà di produzione. Tra gli scrittori più noti ricordiamo Carlo Emilio Gadda (per la biografia si impari pag.107 e si legga da pag. 108 a 112 “La fidanzata di Elio” e si svolgano le attività a pag. 108 – libro di letteratura) e Umberto Eco (per la vita si impari pag. 120 e si legga da pag. 121 a 125 – “La cosa”, si svolgano le attività a pag. 125 – libro di letteratura).

Apr 26, 2009 - Senza categoria    No Comments

Schema narratori ‘800-‘900

I grandi narratori tra l’Ottocento e il Novecento
   
Il contesto storico
   
1861 1861 – 1928
Unità d’Italia Italo Svevo
   
  1867 – 1936
  Luigi Pirandello
   
  1893 – 1973
  Carlo Emilio Gadda
   
  1908 – 1950
  Cesare Pavese
   
1914 – 1918  
Prima Guerra Mondiale  
   
  1919 – 1987
  Primo Levi
   
  1932
  Nasce Umberto Eco 
   
1939 – 1945  
Seconda Guerra Mondiale  
   
1961  
Costruzione del Muro di Berlino  
   
   
   
   

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